Nella puntata precedente:
Art. 56 | Reflusso, corpo e uno schema che non sparisce solo perché lo vedi
Io so fare una cosa benissimo: capire gli altri.
Leggere le situazioni. Anticipare. Adattarmi.
Peccato che mentre facevo questo… io sparivo.
E il mio problema non è di comunicazione, è di presenza.
Perché parlare so parlare. Spiegarmi, anche troppo.
Il problema è che quando tengo a qualcuno, succede sempre questa cosa:
sento qualcosa → lo correggo
sento qualcosa → penso all’altro
sento qualcosa → esco da me
E lì mi frego.
Non perché non so cosa dire, ma perché non resto abbastanza dentro da sentire davvero quello che non sto dicendo a me.
Mettevo (lo faccio ancora) gli altri davanti anche ai miei bisogni.
Quindi sì, sparivo lo stesso.
Nota: non è che stavo zitta e subivo.
Parlavo.
Ma mettevo gli altri davanti anche ai miei bisogni.
La soluzione non è fuori (come sempre), non sono gli altri.
Sono io che me ne vado da me.
La soluzione è una sola: restare.
- Restare quando vorrei adattarmi
- Restare quando sento il fastidio
- Restare quando mi viene da giustificare tutto
- Restare senza scappare nella testa
Tradotto:
- se qualcosa mi dà fastidio, non devo dirlo subito e bene
- devo prima non annullarlo/mi
- se qualcosa mi manca, non devo capirlo
- devo prima non minimizzarlo
Perché il mio schema è sempre stato: sento → correggo → sparisco
Ora è: sento → resto → esisto
Sembra facile, non lo è.
Perché la paura non se ne va. Col cazzo che se ne va.
E va bene così perché non è questione di farla sparire ma di accoglierla, capirla e poi se ne va da sola.
E non obbedisci più automaticamente.
Quindi cosa faccio, in concreto?
Mi fermo mezzo secondo.
Sento il corpo, metto una mano sulla pancia (che per me è il punto dove accumulo).
E invece di partire in quarta resto lì.
Non per capire, non per sistemare, non per dire la cosa giusta.
Solo per non scappare subito.
Rompo lo schema.
Non agisco per evitare quello che sento.
E POI, se serve davvero, parlo.
Famo degli esempi veri così si capisce nella realtà.
Quando qualcuno non mi capisce
Prima spiegavo di più. Sempre di più. Fino a svuotarmi.
Ora no.
“Aspetta un attimo, non mi sento molto capita così. Mi sembra che passino le parole ma non io”
Oppure:
“Non riesco a spiegarmi meglio adesso, la vivo così”
Non rincorro più la comprensione a tutti i costi, non mi smonto per farmi capire.
Quando ho davanti qualcuno che mi piace
Prima mi adattavo. Mi controllavo. Cercavo di essere “giusta”.
Ora mi accorgo e mi fermo. E magari non faccio niente di eclatante.
Semplicemente non mi correggo perché essere sé stessi è la cosa più importante e vera che puoi essere e far vedere.
Oh, è normale che quando qualcuno ti attiva ti agiti e sbarelli, ma l'importante è tornare dentro ed essere coerente con sé stessi.
Mi dico: "Dove sono? Torna dentro di te"
E torno lì. Senza performance da dimostrare.
Quando sento una mancanza con qualcuno
Prima giustificavo tutto: “Vabbè ha mille cose, è normale”. E intanto mi zittivo.
Ora no, resto nel fatto che quella cosa mi manca.
E posso dire: “A volte mi manchi, anche se so che hai mille cose”
Senza accusare, senza sparire. Ma restando dentro di me e magari non dando tutto quello che vorrei, per proteggere me e la mia energia.
Piccolo vademecum terra terra
- quando succede qualcosa
- io mi sento in un certo modo (prima presenza nel corpo)
- e invece di cancellarlo… lo riconosco
- poi, se serve: lo esprimo
Perché io sono bravissima a capire gli altri, peccato che la usavo contro di me.
Capivo loro e cancellavo me.
E questa è la verità più scomoda: non è perdere gli altri che è il problema della questione.
È non esserci mai stata davvero io mentre ero con loro.
E da qui si riparte.
Una cosa però la devo dire: nei rapporti nuovi questa cosa non mi succede.
Sono più leggera. Più naturale. Più me.
Questo per dire che il lavoro che ho fatto non è inutile.
E no, non sono rotta.
È uno schema. E si può cambiare.
Daje.